La storia
Un racconto d'amore per la natura e l'Alta Langa
Anni '60
Mio padre, il sognatore, era nato in Liguria, in riva al mare, a circa 120 chilometri di distanza da Marsaglia. Dopo aver sposato mia madre, originaria di quelle terre, aveva cominciato ad apprezzare e poi ad amare l’Alta Langa.
L’amore per la natura, che egli mi trasmise sin da quando ero bambino, era il principale motore dei suoi sentimenti. Durante vacanze estive e più brevi fine settimana trascorsi a Marsaglia nella casa dei miei nonni materni, mio padre aveva cominciato a mettere gli occhi sulla collina arrotondata e dalla cima piatta che stava proprio in faccia alla casa, dall’altra parte della valletta.
Una collina completamente nuda, senza neanche un albero, un terreno incolto coperto di erba selvatica. Si chiamava Chiarle, Ciärle in dialetto locale.
Mio nonno diceva che là un tempo c’era una vigna (nell’appezzamento circostante sorgeva ancora un capanno in pietra, un ciabòt, per deporre gli attrezzi). Quell’abbandono era il segno dell’arretramento della vigna in Alta Langa, iniziato circa cent’anni prima a causa della sua scarsa redditività e accelerato poi dalla massiccia emigrazione contadina verso le città industriali. In tempi recenti, quell’arretramento era stato compensato solo in parte (attorno ad Alba, 40 chilometri di distanza) dallo sviluppo di una nuova produzione viti-vinicola di alta gamma.
All’inizio degli anni Sessanta, mio padre si andava convincendo: «Compriamo quel terreno, ci costruiremo la nostra casa».
A parte i dubbi di mia madre, sempre spaventata dalle novità, la cosa si presentava non facile: per via delle divisioni ereditarie il terreno era allora proprietà di tre fratelli, uno residente a Monaco, uno in Argentina, uno in Corsica. Pur avendo ottenuto il loro unanime consenso alla vendita (già difficile da raccogliere, a quei tempi), metterli insieme davanti a un notaio sembrava davvero problematico.
Poi, un giorno, a metà degli anni Sessanta, per un colpo di fortuna di cui non ricordo le cause, una riunione familiare riportò i tre fratelli tutti insieme a Marsaglia. Era fatta: in quei giorni, a Ceva, un notaio stipulò l’atto di acquisto.
Nei mesi seguenti, al tramonto, con mio padre e mia madre si andava lassù, in quella spoglia solitudine, a guardare il panorama e a fantasticare del futuro. Poi si cominciò a lavorare.
La costruzione
Bisognava innanzitutto rimboschire quello spazio brullo e ventoso, renderlo se possibile accogliente.
Mio padre comprò da alcuni vivai nei dintorni decine e decine di alberelli. Venivano trasportati in camion sino alla base della collina, poi mio nonno li caricava su un carro trainato da un bue e li portava su per il viottolo campestre, sino in cima. Preparare le buche fu una bella sfida.
Il terreno lassù, come in buona parte della Langa, sotto pochi centimetri di humus era fatto di marna, che in dialetto locale si chiama tufo, una roccia sedimentaria che qui si presentava nella sua varietà più compatta, di un colore azzurrognolo con venature rosse di argilla, particolarmente dura.
Ogni buca misurava circa un metro cubo, scavata con il piccone e a costo di gran fatica. E se ne scavò forse un centinaio.
Poi, forse nel 1965, si cominciò a concepire la casa. Un geometra di Lesegno, un paesino a poca distanza, disegnò il progetto, con tutti i limiti imposti dalla cultura del tempo e dei luoghi. Ma a noi sembrò subito una reggia.
Nel 1967, mi pare, una piccola impresa edile di Belvedere Langhe, un altro paesino a poca distanza, cominciò i lavori con l’impiego di muratori improvvisati di Marsaglia strappati per una stagione al lavoro dei campi. Ci furono alti e bassi, entusiasmi e contrattempi, attese per cessazione delle piogge e cambi di vento, tutte cose che mio padre, da uomo di città, non capiva del tutto e che lo angosciavano.
Alla fine, nel giugno 1968, all’inizio di un’altra lunga estate di vacanze scolastiche, siamo andati ad abitare nella nuova casa sulla collina. Su consiglio di mia madre l’avevamo chiamata «La Calandra», la più grande delle allodole. Un omaggio a quell’uccello solitario che tutte le estati cantava ininterrottamente alta nel cielo su quel prato solitario, quasi immobile sfarfallando le ali, e poi di colpo taceva e si lasciava cadere come un sasso verso il suo nido nascosto nell’erba.
Testo del Dr. Nicolini,
proprietario de La Calandra.









